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Morte Domenico Caliendo, non fu colpa; ma dolo. Depositate perizie dei consulenti della famiglia

Mantenere un bimbo collegato all’Ecmo dopo un trapianto di cuore fallito, escludendo nel contempo il cuore artificiale, non configura una condotta colposa bensì dolosa. La clamorosa accusa emerge da ben due relazioni medico-legali depositate questa mattina dai consulenti della famiglia di Domenico Caliendo, il piccolo deceduto a causa del mancato funzionamento dell’organo trapiantato.

I tre periti di parte, ossia Luca Scognamiglio, Gianni D. Angelini e Maria D’Amico, nominati da Francesco Petruzzi legale della famiglia Caliendo, sostengono con forza questa tesi nei loro elaborati. Questi  documenti entrano da oggi nel compendio dell’incidente probatorio che il gip di Napoli ha disposto per fare piena luce sulla morte del bambino.

L’avvocato Petruzzi ha spiegato che, secondo i consulenti, nessuno ha mai eseguito gli esami necessari a stabilire con certezza se l’impianto o il collegamento del “Berlin Heart” (il cuore artificiale) fossero possibili quando le condizioni di salute del piccolo lo consentivano.

I dati clinici e le tempistiche evidenziano il fulcro della contestazione: il macchinario per la circolazione extracorporea Ecmo garantisce un sostentamento senza danni agli organi solo per poche settimane. Al contrario, il cuore artificiale estende questa possibilità fino a un anno.

In Italia l’attesa media per un organo trapiantabile si aggira sui 90 giorni. Il piccolo Domenico ha perso la vita a distanza di poco meno di due mesi dal trapianto fallito, causato dall’utilizzo di un cuore giunto congelato.