Giustizia di Prossimità, Studio Legale Associato Vizzino: “Dov’è la rivoluzione che attendevamo?”
La Riforma Cartabia, in una pretesa ottica di modernizzazione e snellimento del sistema giudiziario, ha notevolmente ampliato le competenze del Giudice di Pace, con l’obiettivo di decongestionare i Tribunali civili, riducendone il carico di lavoro. Tale strategia, pur con tutti i suoi nobili intenti, si è però rivelata un’arma a doppio taglio. Quello che doveva essere un acceleratore della giustizia è finito per essere un ostacolo insormontabile. Ovviamente, quando la macchina della giustizia si inceppa, a farne le spese sono i comuni cittadini.
Ed infatti, ciò a cui stiamo assistendo non è la nascita di un sistema efficiente, come doveva essere nelle intenzioni del Legislatore, ma una progressiva deriva che colpisce in pieno il diritto alla difesa sancito dall’Articolo 24 della Costituzione.
L’obiettivo iniziale era quello di ottenere un graduale snellimento del contenzioso che grava sui Tribunali civili, storicamente oberati. In tale ottica, il legislatore ha scelto di ampliare il ventaglio delle materie attribuite alla competenza del Giudice di Pace. Tuttavia, questa manovra ha innescato una serie di criticità sistemiche che non esitiamo a definire come una vera e propria “deriva”.
Non possiamo non evidenziare l’atteggiamento a dir poco schizofrenico del legislatore nei confronti della magistratura di pace che, nel corso degli anni, da un lato, ne ha progressivamente ampliato le competenze, dall’altra, ha umiliato tali operatori del diritto inducendoli spesso ad abbandonare le funzioni.
La riforma Orlando del 2017 si è poi rivelata deleteria, avendo imposto un utilizzo ridotto dei nuovi assunti, così come esiziale è stata l’esclusione della giustizia di pace dall’ambito di applicazione del PNRR.
Un’ulteriore problematica si affaccia nell’odierna disamina è la nomina di giudici che, vivendo lontano dalle sedi loro assegnate, preferiscono udienze da remoto o trattazioni scritte per mere ragioni di comodità logistica, talora trattando una sola udienza a settimana.
Lo squilibrio tra competenze e risorse
Dunque, all’aumento delle responsabilità per i Giudici di Pace non è corrisposto un adeguamento delle infrastrutture, della strumentazione elettronica e del supporto organico.
In pratica la giustizia di pace è letteralmente abbandonata a se stessa con un reale rischio di paralisi, reso ancora più concreto dalla grave carenza di personale amministrativo e dal malfunzionamento del processo telematico.
Il malfunzionamento del processo telematico genera un paradosso: uno strumento nato per velocizzare finisce per rallentare tutto. Le interruzioni di connessione, i bug del sistema e l’impossibilità di visionare gli atti telematici costringono i giudici a continui rinvii delle udienze. Questo accumulo di ritardi alimenta l’arretrato pendente, esponendo lo Stato a migliaia di ricorsi basati sulla Legge n. 89/2001 (Legge Pinto), che prevede l’equa riparazione per i cittadini in caso di violazione dei termini ragionevoli del processo. Ogni provvedimento impugnabile a causa di errori tecnici del portale diventa una potenziale fonte di risarcimento che lo Stato deve corrispondere, configurando un danno erariale inevitabile.
La digitalizzazione “ex abrupto” ha introdotto rischi informatici (come i cyberattacchi) e inefficienze strutturali. Il passaggio dai fascicoli cartacei a quelli telematici non è stato graduale come avrebbe dovuto, finendo con il creare situazioni ai limiti del paradosso: a Napoli, i giudici sono stati costretti a rinviare cause perché impossibilitati a visionare gli atti sul portale, così come provvedimenti tempestivamente e ritualmente depositati dai magistrati sono scartati dal sistema e non caricati, con grave dispendio di lavoro giudiziario. Ed ancora, il sistema spesso non rileva l’attività delle parti in tempo reale, rendendo la “costituzione telematica” un atto monco che può portare ad una moltitudine di provvedimenti impugnabili.
Ma vi è di più!
La fragilità dei sistemi espone il comparto giustizia a possibili virus e attacchi informatici, con grave nocumento per il bene pubblico.
Non vi è dubbio che il tempo perso dagli operatori ha un costo economico implicito, ma non per questo meno reale. Quando il sistema “cancella” i verbali dopo l’assunzione delle prove, gli avvocati e il personale sono costretti a ripetere l’attività istruttoria ex novo, raddoppiando i costi di gestione di un singolo fascicolo.
Scaricare un singolo file può richiedere dai 4 ai 7 minuti; errori del sistema portano alla cancellazione improvvisa dei verbali, costringendo a ripetere l’attività ex novo.
Se in passato per un mero rinvio bastavano pochi minuti attualmente tenuto conto della estrema lentezza del sistema ci vogliono anche venti minuti.
Lo svilimento della figura del Giudice Onorario
A cosa si ridurrà la giustizia, se non viene garantita la dignità professionale di chi deve amministrarla? La prima giurisprudenza non è forse quella proveniente dal Giudice di Pace e dal suo metodico, nonché indefesso lavoro di interpretazione delle norme giuridiche?
Magistrati “Toccata e fuga”
Un’ulteriore problematica si affaccia nell’odierna disamina, e si impone all’attenzione dei lettori: la selezione dei giudici onorari non prevede l’espletamento di prove concorsuali rigorose (come quelle previste per la magistratura ordinaria), ma avviene sulla base delle sole esperienze curriculari. Questo tipo di procedura favorisce la nomina di operatori che, vivendo lontano dalle sedi loro assegnate, preferiscono udienze da remoto o trattazioni scritte per mere ragioni di comodità logistica.
Disparità di trattamento
Ai Giudici di Pace non è garantita né una formazione di qualità né una remunerazione dignitosa, creando una forte discriminazione rispetto ai colleghi “togati”.
Conseguenze economiche: il danno erariale
Il fallimento operativo della riforma ha pesanti ricadute non solo sul piano dell’efficienza, ma anche sotto il profilo economico, il che si traduce in un costo diretto per la collettività. Infatti, l’aumento dei tempi morti e dei provvedimenti impugnabili per vizi tecnici espone lo Stato a ricorsi per l’eccessiva durata dei processi. Non solo. Le pessime condizioni dei luoghi di lavoro e della strumentazione generano cause di risarcimento da parte degli stessi operatori, venendo così a configurarsi un ulteriore danno per le casse dello Stato.
Il vulnus al Contraddittorio e alla privacy
L’uso di strumenti digitali non certificati e la precarietà tecnica minano le fondamenta del dibattito processuale. L’assunzione della prova tramite app esterne è considerata una violazione pervasiva della privacy, poiché tali sistemi conservano dati sensibili come l’indirizzo IP del redattore. Le prove così assunte rimangono, per un breve lasso temporale, modificabili unilateralmente, creando una vulnerabilità inaccettabile per il contraddittorio, a palese detrimento del giusto processo.
Le testimonianze “Fai-da-te” e il vuoto nelle aule di giustizia
Uno degli aspetti più critici riguarda l’assunzione della prova testimoniale. In molti uffici, i legali sono costretti a utilizzare app come “Note di diritto pratico“, verbalizzando autonomamente le prove spesso lontano dalla presenza del Magistrato o del Cancelliere, in quanto quella particolare aula non è servita da un’efficiente linea. Questo metodo non solo viola la privacy (tracciando dati sensibili come gli indirizzi IP), ma mina la veridicità dell’atto, dato che il Cancelliere dovrebbe garantire la fede pubblica di quanto dichiarato.
In quasi tutti gli uffici si registrano quotidianamente casi in cui i verbali digitali sono spariti improvvisamente, costringendo a ripetere l’intera attività istruttoria.
Degradanti condizioni di lavoro
E’ necessario poi rimarcare anche le condizioni materiali in cui operano magistrati e cancellieri. L’uso di personal computer con schermi troppo piccoli e obsoleti, unitamente alla mancanza di schermi aggiuntivi e tastiere idonee, costringe gli operatori a sforzi visivi eccessivi con conseguenti gravi problemi di salute.
Ed ancora, l’impiego di sedie non ergonomiche e scrivanie inadeguate compromette la salute fisica dei lavoratori. Queste carenze strutturali sono foriere di patologie professionali che possono portare i dipendenti a intentare cause di risarcimento contro il Ministero della Giustizia, gravando ulteriormente sulle casse pubbliche.
Gli operatori combattono quotidianamente con PC portatili obsoleti, connessioni Internet instabili (che costringono i giudici a usare il proprio cellulare come hotspot) e non vi è chi non veda che l’uso di dispositivi personali espone a gravi rischi di hackeraggio.
Disparità di trattamento
Ai Giudici di Pace non è garantita né una formazione di qualità né una remunerazione dignitosa, creando una forte discriminazione rispetto ai magistrati “togati”.
Mentre in Tribunale sono trattati circa 5/6 fascicoli ad udienza per un massimo di due udienze a settimana, innanzi ai magistrati di pace vengono trattati minimo 25 fascicoli ad udienza per tre volte a settimana.
E’ necessario pertanto prevedere per tutti i magistrati uno status giuridico – economico dignitoso, con una remunerazione adeguata all’impegno profuso nello svolgimento di questa delicata attività.
Addio all’Oratoria: l’Avvocato trasformato in burocrate
L’arte dell’oratoria e il fascino dell’arringa stanno scomparendo, sostituiti da una fredda burocrazia digitale. La figura dell’avvocato viene svilita, passando da “maestro della parola” – colui che pronuncia l’arringa a voce alta, imponendosi quale principe del foro – ad “alacre burocrate” della tastiera. Questo cambiamento demotiva le nuove generazioni di giuristi e spinge verso una giustizia “toccata e fuga”, dove le udienze da remoto e la trattazione scritta spogliano il processo della sua componente umana e dialettica.
L’evoluzione tecnologica imposta dalla Riforma Cartabia non ha solo modificato le procedure, ma ha colpito al cuore l’identità stessa della professione forense. Da figura centrale del dibattimento, l’avvocato sta subendo una mutazione forzata che ne svilisce il ruolo e la funzione sociale.
Proposte per una Strategia Riparatrice
Per evitare il collasso definitivo, si propone e sollecita un intervento mirato da parte del Ministero, finalizzato ad ottenere:
- La Sospensione temporanea del processo telematico negli Uffici del Giudice di Pace, onde consentire di porre rimedio alle attuali carenze;
- L’Istituzione di un servizio informatico fisso presso ogni ufficio per la risoluzione dei problemi in tempo reale;
- L’Assunzione di organico amministrativo dedicato esclusivamente allo smaltimento dell’arretrato;
- La Formazione obbligatoria per tutto il personale e la predisposizione di programmi di aggiornamento sulla digitalizzazione;
- Un Presidio costante della Forza Pubblica per garantire l’incolumità degli addetti ai lavori e il corretto svolgimento dell’attività di udienza;
La prima richiesta è sicuramente la più drastica: una sospensione temporanea del processo telematico presso gli Uffici del Giudice di Pace. Una sorta di “fermo biologico” finalizzato ad effettuare interventi di controllo e gestione delle criticità rilevate. Occorre, altresì, istituire un servizio informatico fisso in ogni ufficio, onde garantire supporto costante agli operatori.
Per risolvere il problema dei fascicoli “fantasma” e dei ritardi cronici, si propone: l’assunzione di nuovo organico amministrativo e di cancelleria, dedicato esclusivamente allo smaltimento definitivo dell’arretrato; la creazione di un sistema informativo efficiente per i rinvii e le comunicazioni agli avvocati, evitando inutili pellegrinaggi fisici.
Sicurezza e Decoro:
Un punto particolarmente sentito riguarda la tutela dell’incolumità e del decoro durante le udienze. Si richiede, pertanto, l’istituzione di un servizio di forza pubblica permanente presso gli Uffici del Giudice di Pace, onde prevenire situazioni lesive del corretto funzionamento della giustizia.
Logistica
Infine, si suggerisce la necessità di postazioni telematiche fisse e complete (dotate di doppi schermi e docking station) per evitare che i giudici debbano lavorare in condizioni sconvenienti sia per la salute sia, soprattutto, per la delicatezza del lavoro svolto. L’obiettivo è trasformare l’ufficio in un luogo dove “concentrazione e celerità” siano possibili, eliminando la necessità per gli avvocati di districarsi tra sistemi “buggati” e sedi prive di connettività.
Questo quadro d’insieme si traduce in un accorato appello al Ministero della Giustizia per un intervento riparatore mirato.
FONTE:
Dott.ssa Flavia Chiarolanza
Adriano J. Spagnuolo Vigorita, giurista, saggista, abilitato all’avvocatura
Avv. Emma Vizzino
Riccardo Vizzino, Avvocato Cassazionista, Responsabile Nazionale di Civicrazia contro le truffe

