Nel 2011 ha segnato con il suo referendum la spaccatura tra lavoratori e sindacato. Per chi non lo ricordasse, l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, oggi in fin di vita in un letto d’ospedale, aveva imposto agli operai degli stabilimenti di Pomigliano d’Arco e Termini Imerese di scegliere tra il mantenimento del posto di lavoro e alcuni diritti sindacali come la riduzione del tempo di pausa, la malattia e gli straordinari.

Oggi in fin di vita, il Paese incensa un manager che solo sette anni fa aveva messo in discussione tante battaglie dei lavoratori. Lo stabilimento ex Fiat oggi Fca Gianbattista Vico di Pomigliano d’Arco cominciò a produrre il nuovo modello di Panda, la macchina che acquistata dal ceto medio avrebbe dovuto aiutare il lingotto a tenere aperti i cancelli e non licenziare 5mila lavoratori.

Tra gli strascichi del referendum anche il licenziamento per condotta anti aziendalista dei quattro operai del cosiddetto reparto confino di Nola, che avevano esposto un manichino di Marchionne impiccato come protesta per il suicidio di una operaia che non riusciva più a sopportare le conseguenze di sei anni di cassa integrazione. Per i lavoratori di Pomigliano quindi, Marchionne ha sì salvato la Fiat ma sulla pelle degli operai.