«La nuova Direttiva europea sulle acque reflue è un test di maturità istituzionale: servono scelte rapide, condivise e una road map credibile». Lo ha dichiarato Luca Mascolo, presidente di ANEA, e presidente dell’Ente Idrico Campano, intervenendo alla tavola rotonda “Il settore idrico italiano di fronte alle sfide europee: modelli di governance e nuovi standard depurativi”, nell’ambito della presentazione del Blue Book 2026 organizzata da Utilitatis presso il CNEL a Roma.
La Direttiva UE 2024/3019 introduce standard più avanzati per il trattamento delle acque reflue: estensione del trattamento secondario a tutti gli agglomerati sopra i 1.000 abitanti equivalenti entro il 2035, obbligo di trattamento terziario entro il 2039 e trattamento quaternario per la rimozione dei microinquinanti entro il 2045, insieme alla neutralità energetica degli impianti più grandi.
Mascolo ha evidenziato il ritardo italiano nell’attuazione delle norme già vigenti: «Siamo al 56% di conformità depurativa contro una media europea del 76%, con quattro procedure di infrazione aperte che costano circa 60 milioni di euro l’anno e oltre 230 agglomerati ancora fuori norma. Non possiamo parlare di nuovi obblighi senza aver completato quelli esistenti».
Per questo, ANEA propone che il decreto di recepimento contenga una road map nazionale chiara e coerente: «Dobbiamo mettere in sequenza le priorità: prima chiudere il gap sul trattamento secondario, poi affrontare in modo sostenibile gli obiettivi più avanzati. Non si può salire al quaternario senza aver completato il secondario».
Nel suo intervento, Mascolo ha quindi chiesto al Governo l’attivazione di un tavolo permanente con Ministero dell’Ambiente, ARERA, Regioni e ANEA per la stesura del decreto: «Gli Enti di Governo d’Ambito non possono essere destinatari passivi, ma devono partecipare alla scrittura delle norme».
Tra le priorità indicate anche un sistema efficace di responsabilità estesa del produttore per coprire i costi del trattamento dei microinquinanti, evitando ricadute sulle tariffe, e un piano finanziario stabile dopo il PNRR, stimato in circa 2 miliardi di euro l’anno.
Mascolo ha infine richiamato i nodi strutturali del settore, a partire dalla frammentazione gestionale con oltre 1.400 Comuni ancora in gestione diretta, e il potenziale del riuso delle acque depurate, oggi limitato ma strategico in un contesto di crescente scarsità idrica.
«Abbiamo 15 mesi per scrivere un buon decreto – ha concluso –. Serve un confronto stabile con il Governo per colmare i ritardi, attuare la Direttiva in modo efficace ed evitare nuove procedure di infrazione».

